Il volontariato in Italia in 10 numeri

Mercoledì 23 luglio l’ISTAT, l’Istituto nazionale di Statistica, ha diffuso i dati della prima rilevazione nazionale sulle “Attività gratuite a beneficio di altri”, cioè sul volontariato.

L’indagine è stata effettuata nel corso del 2013 su un campione di circa 19mila famiglie: fornisce per la prima volta informazioni sul lavoro volontario armonizzate agli standard internazionali, comparabili quindi con gli altri paesi, sul numero e la tipologia di cittadini che offrono gratuitamente e volontariamente il loro tempo agli altri o a beneficio della comunità. La ricerca si può leggere integralmente qui, di seguito le sue conclusioni più importanti in 10 punti.

6,63 milioni
Sono gli italiani che hanno almeno 14 anni e hanno svolto nel 2013 un lavoro volontario, definito come “attività prestata gratuitamente e senza alcun obbligo”, per almeno una volta al mese. La maggior parte di loro – oltre 4 milioni – lo ha fatto all’interno di organizzazioni (associazioni, comitati, movimenti, gruppi informali), i restanti direttamente a favore di altre persone, della comunità o dell’ambiente. Il tasso di volontariato è pari al 12,6 per cento della popolazione: un italiano su 8. Era il 6,9 per cento nel 1993, e il 10 per cento nel 2011.

21,8 per cento
Il tasso di volontariato totale in Trentino, regione ampiamente in testa alla classifica. Il Veneto è secondo con il 17,2 per cento. Le regioni con la percentuale più bassa sono invece la Puglia (8,5 per cento) e la Campania (7,9 per cento). In generale, il lavoro volontario viene svolto più nel nord-est d’Italia (16 per cento) e nelle periferie delle grandi aree urbane (14,5 per cento).

23,4 per cento
Svolge attività come volontario il 23,4 per cento delle persone che si possono definire “benestanti” e il 22,1 per cento dei laureati, contro il 9,7 per cento di chi ha significativi problemi economici e il 6,1 per cento di chi ha la sola licenza elementare (in Italia di fatto la scuola media inferiore, ora nota come secondaria di primo grado, è obbligatoria dal 1962-63).

55-64
È la fascia di età col tasso più alto di volontariato totale, il 15,9 per cento. Il valore scende man mano che scende l’età, anche in ragione del minor tempo libero: il valore più basso è il 10 per cento nella fascia di età 14-24. Ma scende anche per le persone più anziane: tra le persone con più di 75 anni il tasso di volontariato è il 5,9 per cento.

126 milioni
Sono le ore dedicate dagli italiani al volontariato in quattro settimane. Considerando una settimana lavorativa di 40 ore, l’ammontare del lavoro volontario si può considerare equivalente a circa 787mila persone occupate a tempo pieno (a maggio 2014, sempre secondo ISTAT, i disoccupati in Italia erano 3,2 milioni e gli occupati 22,4). L’impegno medio mensile è 19 ore, con punte di 25,6 e 24,9 rispettivamente in Friuli Venezia Giulia e Piemonte, fino a scendere alle 13,8 ore della Campania e 13,9 della Sicilia. Non ci sono differenze significative tra uomini e donne, mentre le ore dedicate aumentano con l’età dei volontari.

44,3 per cento
Quasi la metà dei volontari che svolgono un servizio individualmente, ovvero al di fuori di un’organizzazione di qualche tipo – a fronte di oltre un quarto di chi opera all’interno di tali realtà – si occupano di attività riconducibili alla cura di bambini, anziani e malati (assistenti sociosanitari, babysitter, badanti) e alla ristorazione (cuochi e camerieri). Nel volontariato organizzato sono più frequenti le attività di tipiche delle professioni tecniche (32,3 per cento), quali servizi sociali (assistenti sociali, mediatori culturali, catechisti), tecnici delle attività turistiche e ricettive (animatori, guide), istruttori di discipline sportive e infermieri.

37,7 per cento
Sono i volontari organizzati che da almeno dieci anni si dedicano alla stessa attività. Il dato sale al 76,9 per cento se consideriamo chi lo fa da almeno tre anni. Il dato è differente se si prende in considerazione chi presta volontariato da solo: il 35,7 per cento lo fa nello stesso posto da meno di un anno, solo il 51,1 per cento da oltre tre anni.

41,3 per cento
Tra chi non fa volontariato da solo, oltre 4 persone su 10 svolgono la propria attività attraverso organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e ONLUS. Il 24,3 per cento invece presso organizzazioni religiose, il 15,8 per cento presso associazioni culturali e sportive e il 9,2 per cento in comitati, movimenti e gruppi informali. Esiste, anche se raro, lo svolgimento dell’attività volontaria presso partiti e sindacati (3,2 per cento).

46,7 per cento
Sono le casalinghe che fanno volontariato per “seguire le proprie convinzioni o il proprio credo religioso”. In generale la stragrande maggioranza dei volontari organizzati (il 62,1 per cento) svolgono la propria attività perché “credono nella causa sostenuta dal gruppo”. Altre ragioni dell’impegno sono “dare un contributo alla comunità” (41,7 per cento) e “seguire le proprie convinzioni o il proprio credo religioso” (25,8 per cento).

4,9 per cento
Un volontario su 20 esprime un giudizio negativo della sua esperienza, perché ha comportato “più svantaggi che vantaggi” o perché “non è cambiato niente”. La metà dei volontari invece dice che “si sente meglio con sé stesso” (49,6 per cento), che “ha allargato la sua rete di rapporti sociali” (41,6 per cento) o che ha cambiato il suo modo di vedere le cose (28,1 per cento).

Il volontariato e il cosiddetto “terzo settore” – le istituzioni private che producono beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva, senza fini di lucro – è oggetto in questi giorni di un progetto di riforma. Lo scorso maggio il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato la riforma su Twitter: successivamente sono state pubblicate le “Linee Guida per una riforma del Terzo Settore”. L’iter di riforma è iniziato ufficialmente il 10 luglio con l’approvazione di un disegno di legge delega da parte del Consiglio dei ministri.

Marco Surace
28 luglio 2014 | Il Post

Renato, l’italiano povero tra noi: Dai portici a eroe del web

Un dimenticato, reso famoso da Facebook
«Mi vergogno a chiedere l’elemosina»

È noi, è uno di noi, è la nostra storia mutilata, è la nostra vergogna. Sulla Rete è diventato il monumento, virtuale e realissimo, di cosa significa essere «Italiano 65 anni. Vecchio per il lavoro (dicono!!!). Giovane per la pensione». Il suo «Help» corre a decine di miglia di cliccate sui siti. Lui non c’entra: è stata una ragazza a fotografarlo e a metterlo su Facebook urlando la propria rabbia, l’indignazione.
«Un signore mi ha detto di avermi visto sul sito della Gabanelli. Servisse a qualcosa per gli 80 mila come me» racconta lui. Si chiama Renato. Curatissimo, dai capelli alla punta delle scarpe, impeccabile, seduto su un seggiolino con una ciotola in mano. Chiede l’elemosina, sorride, ringrazia. «Quattro, cinque ore nelle città dove non mi conoscono. Mi vergogno. Raccolgo dieci-quindici euro, mi bastano. Poi prendo un treno… pago il biglietto, ci mancherebbe… e vado nei centri di accoglienza Caritas in qualche altro posto dove non mi conoscono. A Reggio Emilia, a Modena, a Forlì, a Cesena. Alla mattina mi sposto di nuovo».
Renato va dove non lo conoscono, ma sul web è diventato tristemente famoso: quasi 40 mila condivisioni per la sua foto con il piattino in mano per le strade di Bologna. È l’italiano diventato povero, senza lavoro, senza pensione, senza casa, senza niente. «Uno di quelli della riforma Fornero. Lavoravo in una società di marketing di Ferrara. Collaboratore esterno. Ha chiuso quasi cinque anni fa e io, a 61 anni suonati, non ho trovato chi mi prendesse. Ho resistito due anni poi non ce l’ho più fatta a pagare l’affitto. Adesso vivo così». Questo signore ferrarese dai capelli bianchi e i modi gentilissimi lo trovi in via Ugo Bassi, di fronte al Comune, sotto il portico davanti all’Unicredit. «Una banca, non ci avevo pensato… C’è un buon passaggio». Non è nemmeno un esodato, è un dimenticato, un libero professionista finito sulla strada. Non impreca. Analizza «quel che hanno combinato Mario Monti e la ministra Fornero». «Come si possono fare tagli lineari, senza discernere le persone, le situazioni? Che abbaglio ha preso il presidente Napolitano». Traccia «analogie» «anomalie», «tipologie». Parla dell’assegno di «chomage» in Francia, dell’SOS Bahnhof nelle stazione tedesche. «Io mi vergogno di sentirmi un peso, che nessuno mi chieda se sono disposto a fare qualsiasi tipo di lavoro. Non voglio diventare un barbone, d’estate per due mesi faccio le pulizia in Riviera. Sette giorni su sette, vitto e alloggio compresi. Con i soldi arrivo fino a Natale. Dovevo andare in pensione l’anno scorso, la riforma mi ha rimandato ai 67 anni, fra un anno e un mese. Speriamo». Come si comportano i bolognesi? «Cosa vuole mai… Sembra che anche loro si vergognino di vedermi. Lo capisco. Fa male. Ho già fatto i conti se arrivo alla pensione, sono 800 euro al mese mi hanno detto all’Acli, una camera ammobiliata, il mangiare, non bevo, non fumo, qualche vestito l’ho da un amico. Finisce che mi resta pure qualcosa. Vivo per questo». Non ha parenti, figli, è solo. «Gli amici di un tempo li ho persi tutti. Capisco anche loro. Nella mia vita di adesso è molto difficile condividere le cose con chi è emarginato come te. Il problema è non lasciarsi andare. Rimanere quello che sei. Non diventare uno che non esiste. Ogni mattina quando mi faccio la barba, mi dico che nello specchio c’è il signor Renato di una volta. E riparto. I centri di accoglienza bisogna sceglierli nelle città non tanto grandi, sono meglio. Sono pulitissimi, frequentati da gente come te e si mangia benissimo. Ma benissimo davvero. Vedesse quante famiglie italiane ci vanno. Famiglie intere. Molti si vergognano, prendono i pacchi di cibo e se ne vanno». E lei? «Io… mi compro la biancheria intima, le scarpe. Vanno bene i vestiti della Caritas, ma certe cose…». Giù in Strada Maggiore, accanto ad «Acqua e Sapone», una signora italiana con gli occhiali ha anche lei un cartello che non ha più lavoro. Non alza mai gli occhi da terra. Più avanti, appena passata Scienze Politiche, verso sera arriva un signore in mountain bike, pone per terra un posacenere e si siede. Elemosina. Nascosto nell’angolo più buio.

10 aprile 2014 | Corriere della Sera